04 de Julho de 2008
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03 de Julho de 2008
Intervista esclusiva: STEFANO ANDREUCCI
Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Carlo Monni e Enzo Pedroni per la formulazione delle domande e di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.
Stefano Andreucci, professione disegnatore di Fumetti: puoi raccontarci i tuoi inizi come disegnatore, in particolare di quando e come hai cominciato a lavorare per Bonelli?
Stefano Andreucci: Ho cominciato con lo studio di Dino Leonetti, a Roma. Poi, conosciuto Francesco Coniglio (Coniglio Editore), ho realizzato qualche erotico e ho lavorato per le sue riviste Splatter e Mostri. Alla fine del 1991, poi, ho presentato le mie cose alla Sergio Bonelli Editore. Non è andata subito bene, ma solo un mese dopo ci ho riprovato e questa volta mi hanno accettato (bontà loro!). E’ così che ho cominciato a disegnare Zagor.
Nella tua attività di disegnatore, quali consideri, se vi sono, come tuoi maestri? Hai disegnatori che stimi particolarmente? In caso positivo, quali e perché?
Stefano Andreucci: Erano tanti i disegnatori che mi sarebbe piaciuto “imitare”. Troppi per citarli tutti. Però, se devo dirne uno su tutti dico Giovanni Ticci. Mi piaceva e mi piace da matti. Ma anche aggiungo un mio professore di liceo, Nino Giammarco, dal tratto caldo e pastoso. Infine mio fratello Roberto, che guardavo disegnare quando ero piccolo.
Che posto hanno avuto i fumetti, soprattutto i Bonelli nella tua infanzia?
Stefano Andreucci: Leggevo tutti i fumetti che i miei fratelli compravano, Batman, Superman, L’uomo mascherato e via dicendo, ma soprattutto Zagor e Tex. Fantastici!
Quando e come hai cominciato a pubblicare i tuoi primi lavori?
Stefano Andreucci: Ho cominciato con lo studio romano di Dino Leonetti, disegnando per Tilt e Boy Comics grosso modo nel 1986.
Il tuo primo personaggio bonelliano è stato Zagor, per il quale hai disegnato 4 storie, tre di queste scritte da Boselli; vuoi raccontarci del tuo impatto con Zagor e di come ti sei trovato con Boselli come sceneggiatore?
Stefano Andreucci: All’inizio è stata dura, doversi adattare al tratto di un altro, seppur grande, disegnatore. Però c’era molto da imparare e mi sono messo giù con impegno. Ma con le storie di Cain (che ho creato graficamente) mi sono sentito a mio agio e anche molto divertito. Con Boselli si collaborava bene e c’era partecipazione anche da parte mia anche se la nostra visione narrativa non è esattamente la stessa. Inoltre sono affezionato a Mauro con il quale collaboro dal 1993.
Passiamo adesso al Ranger che dà nome a questo blog: chi o cosa è Tex secondo te? Cosa ti piace di più nel Ranger e cosa di meno?
Stefano Andreucci: Tex va bene così, d'altronde ci sono i numeri a confermarlo, solo che mi sarebbe piaciuto veder sfruttato diversamente il Texone. Una prova d’autore, ecco come lo vedrei.
Ingaggerei anche sceneggiatori diversi.

Nel 2003 è uscito l'Almanacco del West con la tua storia "Eroe per caso". Non hai più disegnato per Tex; come mai la tua collaborazione per Tex è stata così breve
Stefano Andreucci: Credo di non essere piaciuto a Sergio. Io me lo spiego in questo modo.
Ti sarebbe piaciuto continuare a disegnare le avventure del Ranger più famoso del Fumetto, oppure, com’è accaduto ad alcuni dei tuoi colleghi, che di recente vi si sono cimentati per poi abbandonarla, l’impresa ti fa, come direbbe Tex stesso, tremare i polsi?
Stefano Andreucci: No, che tremare i polsi! E che sarà mai. Anzi, il contrario, “che il cielo mi fulmini!”. Mi piacerebbe disegnare qualche storia di Tex ogni tanto, perché mi riesce familiare. Però mi piace variare e non legarmi troppo a una serie, altrimenti cadrei nella routine.
Continuiamo con Tex: innanzitutto com’è che sei stato scelto per disegnare quell’unica storia apparsa sull’Almanacco 2003?
Stefano Andreucci: E’ Sergio che mi ha voluto, di più non so dire.
Nel tuo accostarti al personaggio ti sei rifatto ad un modello preciso?
Stefano Andreucci: No, anche se Ticci è nella mia testa in modo istintivo.
Secondo te cos’è che rende Tex l’icona che è?
Stefano Andreucci: Boh! Sul serio, non ci ho mai pensato. Forse la sua mancanza di chiaro-scuro...
Come definiresti con un solo aggettivo i quattro pards?
Stefano Andreucci: Granitico, paterno e libero, in ordine per Tex, Kit Carson e Tiger Jack. Kit Willer direi... allineato.
Nel 2007 abbiamo avuto in Portogallo un’anticipazione mondiale di quindici nuovi disegnatori di Tex. Come vedi questa entrata di tanti nuovi elementi nello staff texiano? Questo potrebbe essere un nuovo corso nella vita della serie?
Stefano Andreucci: La vedo bene, sicuramente elementi nuovi che daranno ossigeno extra alla serie. Per il nuovo corso non lo so, vedremo.
Ultimamente c’è stato un rinforzo anche a livello di sceneggiatori. Pensi che fosse qualcosa d’inevitabile? E con tanti sceneggiatori non pensi si possa correre il rischio di vedere Tex snaturato?
Stefano Andreucci: Potrebbe accadere ma non credo sia probabile. Tex è talmente solido che ha fatto di tutte le sue caratteristiche un unico blocco. Messa in questi termini si può solo arricchire.
Ritieni che Tex sia cambiato negli ultimi anni? Se sì, sotto quali aspetti?
Stefano Andreucci: Ma io sono un disegnatore. Con una sua idea, ma un disegnatore. Questa domanda dovresti farla ai tanti critici che popolano la rete.
Per concludere il tema, come vedi il futuro del Ranger?
Stefano Andreucci: Solidissimo!
Da molti anni sei uno dei disegnatori di punta della testata Dampyr, della quale hai avuto il compito d'illustrare il numero 100 in uscita nel 2008. Una responsabilità, ma in fondo anche forse la tua consacrazione come il disegnatore più importante della serie dopo Majo. Tu cos’hai da dire al riguardo?
Stefano Andreucci: Sono grato a Bonelli e a Boselli per la possibilità che mi hanno dato e ora, visto che l’ho finito, posso dire che è venuto molto bene, questo numero 100. Però non credo di essere il disegnatore più adatto per Dampyr. Ma, visto come vanno le cose, forse mi sbaglio.
Puoi dirci qualcosa della storia e di come ti trovi a disegnare Dampyr.
Stefano Andreucci: Dampyr è la cosa più difficile che io abbia mai disegnato, ma è anche una sfida. La storia è... rivelatrice e fantastica, daltronde si intitola “Il Re del Mondo”! Draka la fa da padrone, fascinoso più che mai.
Hai lavorato dunque su Zagor, Dampyr ed un'unica volta su Tex. Che differenze hai trovato, se le hai trovate, nel lavorare su questi tre personaggi?
Stefano Andreucci: Sono quasi tutte storie di Boselli e quindi tanta differenza non la trovo. E’ chiaro che ogni serie ha la sua peculiarità, ma in definitiva è l’autore diverso che porta una differenza sensibile, non tanto la serie stessa.
In tutte queste esperienze hai avuto un rapporto, per così dire, privilegiato con uno sceneggiatore, ovvero Mauro Boselli. Credi che questo ti abbia reso più facile il passaggio a personaggi tanto diversi tra loro?
Stefano Andreucci: Senza alcun dubbio!
Quale è l’importanza di Tex, Zagor e Dampyr nella tua vita?
Stefano Andreucci: Mi piacciono i fumetti. Oltre tutto mi danno da vivere. E’ il massimo.
C'è un'altra testata bonelliana per la quale non hai mai lavorato e che ti piacerebbe tantissimo disegnare? In caso positivo, puoi dirci quale sarebbe e perché?
Stefano Andreucci: No, mi piacerebbe ridisegnare Tex. Oltre che le cose che sto scrivendo.
E magari un personaggio non bonelliano?
Stefano Andreucci: Batman, assolutamente.
Hai mai pensato di scrivere e disegnare un personaggio tutto tuo, testi e disegni?
Stefano Andreucci: Sto scrivendo ma non per la serialità. E comunque non per Bonelli. Mi piace scrivere favole per tutti, adulti e bambini.
E i tuoi progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?
Stefano Andreucci: L’ho già fatto, sto scrivendo una cosa che spero possa essere pubblicata. Si tratta di una favola un po’ orrorifica, ma non splatter. Vedremo.
Quando disegni hai delle ambientazioni e/o tematiche preferite? Quali sono?
Stefano Andreucci: Si. Il mare o le montagne del Nord America. Ma anche condizioni particolari che rendono il soggetto più interessante, come vento o pioggia.
Vivi a Roma come altri disegnatori bonelliani (Laurenti, Mastantuono e altri): i contatti tra di voi sono frequenti oppure ognuno di voi lavora in assoluta solitudine?
Stefano Andreucci: Da 14 anni vivo a Narni, una cittadina umbra a quasi 100 km da Roma.
Qui ho uno studio insieme al mio ex allievo Michele Rubini, disegnatore di Zagor. Ho frequenti contatti con Laurenti, mentre con gli altri ci si incontra alle varie fiere del fumetto, ma niente di più.
Quali fumetti leggi attualmente ovvero con quali ti identifichi maggiormente?
Stefano Andreucci: Non mi identifico con nessun fumetto da un bel po’, però leggo Tex, Zagor, Dampyr (ovviamente) e molti altri, anche esteri, ma occasionalmente. Vado in fumetteria e cerco, sfoglio e, quando mi piace, compro.
Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali sono le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Stefano Andreucci: Non sono uno da preferenze. Trovo una cosa che mi entusiasma da matti la dove non me lo aspetto. Sia nella lettura che nel cinema o nella musica. Mi piace tanto essere sorpreso.
Caro Stefano, a nome del blog portoghese di Tex ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.
Stefano Andreucci: Grazie a voi e un saluto anche a chiunque legga questa amichevole chiacchierata.


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26 de Junho de 2008
Intervista esclusiva: MARCO SANTUCCI
Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Carlo Monni, Enzo Pedroni e Sílvio Raimundo per la formulazione delle domande e di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.
Caro Santucci, per quelli che ancora non ti conoscono vuoi farci una piccola autopresentazione di te stesso e del cammino percorso nella tua carriera?
Marco Santucci: Salve a tutti. Mi chiamo Marco Santucci, vivo in Italia, più precisamente in Toscana. Disegno professionalmente dal 1994 circa ed ho lavorato su vari tipi di testate come Nembo per la piccola Phoenix Editore, Samuel Sand per Star Comics ed infine su Mister No e Tex per Sergio Bonelli Editore.
Come e quando ti sei orientato verso il disegno e in quale momento hai deciso che questa sarebbe stata la tua forma di sopravvivenza?
Marco Santucci: Il desiderio di narrare con le immagini l'ho sempre avuto fin da bambino. Ho ancora un sacco di quaderni pieni zeppi di storie che inventavo da solo. La decisione di farlo come lavoro è nata circa a sedici anni, quando da grande appassionato di fumetti Marvel mi divertivo a disegnare copiando autori come Todd Mc Farlane. In quel periodo ebbi la fortuna di incontrare autori come Fabio Civitelli e Marco Bianchini che mi indirizzarono verso stili più classici ma sicuramente più adatti ad una formazione tecnica che si rispetti.
Hai avuto una formazione artistica? Di che tipo?
Marco Santucci: Come dicevo sopra, i miei mentori sono stati prima Civitelli e poi Bianchini. In realtà per il resto sono totalmente autodidatta. Nessuna scuola mi ha aiutato ad imparare l'anatomia, prospettiva e chiaroscuro. Ho studiato tutto da solo sorretto dalla buona volontà e determinazione. Magari ho sacrificato una buona parte del mio tempo libero ma allo stato attuale non me ne pento, onestamente.
Domanda di rito: quali artisti, italiani e non, ritieni che abbiano influenzato il tuo lavoro?
Marco Santucci: Se parliamo della parte tecnica non posso che citare ancora Civitelli e Bianchini. Se parliamo di stile gli autori sono molti: Castellini, Villa, Alan Davis, Neal Adams, John Buscema, Garcia Lopez, Alex Ross, Brian Hitch e tanti altri!
Quale è stata l’importanza di Fabio Civitelli e Marco Bianchini nella tua carriera professionale e come vi siete conosciuti?
Marco Santucci: Il loro ruolo l'ho già specificato sopra. Come li ho conosciuti? Quando ho presentato i miei primi dilettanteschi disegni ad un ragazzo che lavorava in Star Comics, lui mi diede i nominativi di alcuni disegnatori che vivevano ad Arezzo: Civitelli, Bianchini, Dell'Uomo, Rossi e Valdambrini. Scelsi il primo della lista, Fabio. Mai fortuna fu più grande. Da lì partì il mio vero cammino verso il fumetto professionale.
Come funziona la tua collaborazione con Bianchini?
Marco Santucci: Boselli invia a me la sceneggiatura. Io la leggo, mi documento se non ho già avuto dei riferimenti dallo sceneggiatore, studio la regia della pagina (per quanto mi è permesso), disegno una serie di pagine a matita, complete di tutti i chiaroscuri e le sfumature (per quello che la matita permette, certo). A questo punto, invio le scansioni o fotocopie a Boselli che mi indica cosa funziona e cosa no, e passo in base alle direttive dello stesso Boselli. Una volta che le pagine sono ricorrette, posso consegnarle a Bianchini che ripassa il tutto a china.
Non è comune in Europa che un disegnatore faccia le matite e l’altro l’inchiostro. Com’è successo questo nella tua carriera e perchè? Pensi che continuerà in futuro?
Marco Santucci: No, non è comune. Il che non significa che non sia una buona cosa. Dipende dalle situazioni. Nel mio caso è successo perchè dieci anni fa a Bianchini faceva comodo uno che gli facesse le matite ed a me faceva comodo lavorare dopo che Samuel Sand, la serie Star comics dove lavoravo, era stata chiusa. Un reciproco bisogno, direi, che ha generato un rapporto lavorativo molto lungo. Con il tempo però ho deciso di staccarmi da Marco per avere una mia identità professionale e soprattutto per avere nuovi stimoli creativi. Da questa situazione ho capito che non c'è evoluzione senza cambiamento. In Italia molti, spesso, tendono a adagiarsi sulle proprie situazioni perchè sembrano comode e sicure. E' sbagliato perchè con il tempo questo porta a dare sempre di meno. Meglio faticare un pò e cambiare, anche se a volte può essere un pò traumatico! Allo stato attuale delle cose sono ancora più che convinto di aver preso la scelta giusta. Ricominciare a gestire tutto da solo è faticoso ma estremamente stimolante!
Quali sono state le tue esperienze professionali prima di approdare alla Sergio Bonelli Editore?
Marco Santucci: Beh, non molte. Come dicevo all'inizio, ho lavorato per una piccola cosa per Daniele Brolli presso Phoenix Editore, poi Star Comics su Samuel Sand e quindi Mister No.
Hai partecipato all'ultima storia di Mister No, scritta da Nolitta: puoi dirci qualcosa su Nolitta/Bonelli sceneggiatore, quali metodi usa, è molto dettagliato, lascia spazio al disegnatore oppure tende a vincolarlo molto?
Marco Santucci: Nolitta è uno sceneggiatore con cui ho lavorato benissimo. Le famose sceneggiature disegnate, dopo un primo momento di sbigottimento da parte mia, le ho trovate divertenti e facili da sviluppare.
Attualmente il tuo presente è su Tex. Puoi anticiparci qualcosa sulla tua storia d'esordio, chi è lo sceneggiatore, quale è l'ambientazione, come ti sei trovato a passare alla tematica western, rispetto ai lavori precedenti?
Marco Santucci: No, devo dire che il mio presente non è più Tex. Nel momento che ho deciso di dividermi da Bianchini mi hanno fatto presente che non era possibile farmi lavorare più su Tex e quindi, senza un secondo di esitazione, ho chiesto di fare un genere che trovassi più consono alla mia formazione artistica e professionale. In ogni caso, per quanto riguarda questo “one-shot” che ho avuto con Tex: la storia è di Mauro Boselli. L'ambientazione è New Orleans e le paludi della Louisiana. Storia molto bella da disegnare, devo dire. Il passaggio alla tematica western? Beh, prima di farlo ne avevo una gran paura. Ora ne ho il terrore! Scherzo, naturalmente... o quasi. Beh, il western è un genere molto difficile e richiede una grossa cultura del genere che io non avevo. Gli unici western che mi piacciono sono quelli di Sergio Leone che poi alla fine non sono western “puri”. La documentazione è stata un grosso lavoro di ricerca. Per fortuna esiste internet!
Com’è stato lavorare su Tex, e con Mauro Boselli come sceneggiatore? E lui ti aiuta molto nel tuo lavoro di disegnatore oppure devi documentarti da solo?
Marco Santucci: Lavorare con Mauro è stato un trauma positivo per me. Nel senso che inizialmente ho fatto una fatica tremenda, al punto di avere la voglia di mollare tutto. Poi sono partito pian piano ed alla fine sono diventato talmente impermeabile alle sue spietate critiche che mi sono ritrovato fortificato nell'animo ma anche nella tecnica. Credo di aver fatto un grosso passo avanti grazie a Boselli. Fra l'altro, alla fine e con mia grande sorpresa, lo stesso Mauro ha sorretto molto il mio lavoro e di questo lo ringrazio ampiamente. Non a caso ho chiesto di continuare a lavorare con lui anche dopo Tex.
Com’è stato che sei passato a lavorare su Tex Willer? Scelta personale o imposizione?
Marco Santucci: Chiaramente non è stata un'imposizione. E' stata più una proposta che era difficile da rifiutare. Sicuramente mi è bastata l'esperienza di questi due anni su Tex per essere sicuro al 100% che preferisco fare altro. Ho anche realizzato delle prove a china sulle mie stesse pagine ma non sono state giudicate adatte al genere. Alla fine è meglio così. Perchè questo è sicuramente un genere che può essere molto bello ma anche molto logorante. L'unico disegnatore che conosco che riesce a farlo da moltissimo tempo senza stancarsi mai è Fabio Civitelli, per il quale ho un ammirazione sconfinata! In ogni caso non avete da preoccuparvi perchè la casa editrice ha tenuto giustamente Bianchini come disegnatore della serie, prediligendo la sua decennale attività nel campo!
Cosa significa per te disegnare una leggenda dei fumetti come Tex, che sta per compiere ben 60 anni di vita editoriale?
Marco Santucci: Beh, preferenze di genere a parte, è sicuramente una bella tappa professionale. Chi non conosce il mitico ranger? Per la prima volta genitori ed amici conoscevano tutti il personaggio che disegnavo... non capita spesso, eh! :)
Riesci a fare molte tavole in un mese, oppure disegnare Tex in qualche modo ti ha messo in difficoltà?
Marco Santucci: Idem come sopra. Molte difficoltà, poche tavole, purtroppo!
Quando hai iniziato a disegnare il tuo Tex, hai cercato d’ispirarti a qualcuno già noto?
Marco Santucci: Ovvio: Claudio Villa, Fabio Civitelli, Ticci.
Sei soddisfatto del tuo lavoro su Tex?
Marco Santucci: Ve lo dico quando vedrò tutta la storia finita ed inchiostrata. Tutt'ora non ho quasi idea di come stia venendo la parte inchiostrata, infatti. Credo di aver visto solo poco più della metà storia finita. A questo punto, sarà una bella sorpresa anche per me quando uscirà in edicola.
Cos’hai trovato di maggiormente difficile confrontandoti con il Ranger?
Marco Santucci: Eh... un pò tutto. Vestiti, cavalli, i maledetti cappelli ma soprattutto le armi. Fabio Civitelli, dalla grande conoscenza tecnica, mi ha ripreso un innumerevole quantità di volte sulle armi. Non c'è verso, fucili e pistole non mi entrano in testa! :)
Chi o cosa è Tex secondo te? Cosa ti piace di più in lui e cosa di meno?
Marco Santucci: Tex è ormai un mito. Un simbolo del fumetto italiano. Un personaggio conosciuto da tutti, persino da mia madre che di fumetti non sa nulla! Cosa mi piace di meno? La sua invincibilità che non mi permette di immedesimarmi in lui. Preferisco eroi più imperfetti.
Quali ambizioni avevi o hai all'interno della SBE, soprattutto in relazione a Tex?
Marco Santucci: In relazione a Tex nessuna, come dicevo. All'interno della SBE ho chiesto di fare Dampyr, che ritenevo un genere più vicino ai miei gusti. Azione e soprannaturale mi piacciono molto. Sto iniziando in questo periodo una storia scritta da Diego Cajelli.
Nel 2007 abbiamo avuto in Portogallo un’anticipazione mondiale di quindici nuovi disegnatori di Tex, com’è per esempio il tuo caso. Come vedi questa entrata di tanti nuovi elementi nello staff di Tex? Questo potrebbe essere un nuovo corso nella vita della serie?
Marco Santucci: Assolutamente sì! Linfa nuova, ricambio, evoluzione stilistica. Tutte cose positive a mio modo di vedere le cose.
Si è detto molto sul fatto che Tex è una serie disegnata da moltissimi autori: consideri questo fatto positivo o negativo per chi arriva per la prima volta alla serie?
Marco Santucci: Positivo, vedi sopra.
C’è stato un rinforzo anche a livello di sceneggiatori, ultimamente. Pensi che fosse qualcosa d’inevitabile? E con tanti sceneggiatori non pensi si possa correre il rischio di vedere Tex snaturato?
Marco Santucci: Sì e credo sia un pò inevitabile. L'abitudine a volere per forza il solito autore su una serie è sempre, a mio parere, sbagliata. Serve ricambio, evoluzione, perchè una qualsiasi serie vada avanti. Meglio un pò snaturare ma magari anche un pò svecchiare il personaggio con storie nuove e fresche di nuovi sceneggiatori, piuttosto che sovraccaricare pochi sceneggiatori che alla fine scriverebbero brutte storie comunque, no?
Lasciamo un pò stare Tex. Per fare Dampyr hai preso come punti di riferimento altri disegnatori della testata? In caso positivo, quali?
Marco Santucci: La testata di Dampyr ha molti bravissimi artisti, ma quelli che ho preso maggiormente a riferimento sono il bravissimo Luca Rossi e Alessandro Bocci.
In Dampyr avrai finalmente una protagonista, femminile, importante, come Tesla, cosa impossibile in Tex. Questa cosa ti attira, ti dà nuovi stimoli, come disegnatore?
Marco Santucci: Indubbiamente. Avere un personaggio femminile da disegnare per varie pagine, cercando di caratterizzarla al meglio è sicuramente un nuovo stimolo, specialmente se è una vampira! Mi diverte l'idea di avere un personaggio che un momento appare come una bella donna ed un momento dopo come una creatura della notte, mostruosa! Una dualità stimolante!
Hai detto che stai disegnando una storia scritta da Cajelli. Puoi anticiparci qualcosa?
Marco Santucci: La storia è davvero molto carina e parlerà di un demone dalle sembianze femminili (ancora!). Di più non mi espongo... :) Cajelli ha scritto una sceneggiatura con la quale, fin dalla prima pagina, mi sono reso conto che lavorerò con molto entusiasmo. Da lodare la professionalità di Diego, che mi ha inviato un sacco di documentazione che, oltre a semplificarmi il lavoro di ricerca, mi permette di dare a lui e Mauro un lavoro il più vicino possibile a quello che la sceneggiatura richiede. Beh... per lo meno questo è quello che tenterò di fare!
Una curiosità: hai dichiarato di amare il soprannaturale, non ti sarebbe piaciuto allora, disegnare per Dylan Dog?
Marco Santucci: Certamente.
Sappiamo che attualmente sei occupato a disegnare per la Marvel: puoi parlarci un po' di questo nuovo lavoro? Com'è avvenuto il contatto? Quale personaggi disegni? Storia scritta di chi? Inchiostrata da quale artista?
Marco Santucci: Dunque: il contatto è avvenuto perchè nel periodo in cui stavo riprendendo mano con le chine, decisi di esercitarmi su un genere che amo molto, ossia quello supereroistico. Ho realizzato a tempo perso alcune pagine si Spider-Man, Wolverine ed X-Men. Qualche mese prima che terminassi Tex, Simone Bianchi (che mai finirò di ringraziare per la disponibilità!) mostrò alcune di queste tavole all'editor di Spider-Man, Stephen Wacker il quale, dopo qualche mese, mi ha contattato e proposto un lavoro.
La prima volta ho dovuto rifiutare perchè dovevo assolutamente finire prima la storia di Tex. Successivamente, quando la Bonelli mi ha permesso di passare a Dampyr, viste le lunghissime scadenze che avrei avuto (più di un anno per fare una storia, quindi molto diluite), non ho esitato ad accettare l'incarico americano. D'altronde, era difficile dire di no a Spider-Man! La storia su cui sto lavorando è in realtà una miniserie di tre numeri che dovrò concludere per Agosto, legata al maxi-evento Marvel "Secret Invasion". La miniserie sarà intitolata naturalmente Spider-Man Secret Invasion. La mia storia è sceneggiata da Brian Reed e sta venendo inchiostrata dal veterano Mark Pennington. Avrei voluto inchiostrarla io stesso ma le scadenze erano troppo strette per ottenere un lavoro al massimo della qualità. Fra l'altro, sul mio sito, potete già vedere le prime tre pagine a china e la prima cover che è stata invece curata da Mike McKone.
Sei soddisfatto di questa nuova esperienza? Pensi che si ripeterà in futuro?
Marco Santucci: Sono molto soddisfatto dell'esperienza, assolutamente. E' incredibile il tipo di ridondanza che ha avuto la notizia del mio lavoro su questa miniserie! Onestamente, non mi era mai successo e ne sono felice. Poi, un'altra cosa che mi entusiasma moltissimo è sicuramente il vedere le mie tavole finalmente a colori. Per quanto riguarda al ripetersi non posso dirlo, visto che non dipende solo da me. Per adesso, spero in una buona accoglienza anche negli states del mio lavoro!
Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ozio, vita familiare?
Marco Santucci: Di solito cerco di fare una tavola al giorno. Non ci riesco sempre, anzi, difficilmente. Cerco di darmi degli orari ma li sforo sempre, non c'è verso. Non sono nato per fare un lavoro con orari precisi. Sto sul tavolo quanto è necessario per ottenere quello che voglio ottenere. Punto. Leggo molto, da fumetti a romanzi a riviste, di solito prima di dormire. La sera, nel purtroppo poco tempo che mi rimane, è dedicata alla famiglia e amici.
Parlaci anche di come lavori, che strumenti usi e come procedi nel realizzare la pagina.
Marco Santucci: Beh, di solito creo un bozzetto della vignetta veloce ed approssimativo su un foglio di carta da fotocopie o velina. Poi lo proietto nella vignetta della pagina finale tramite un proiettore di opachi. Non riesco molte volte a disegnare nella gabbia della pagina. Mi soffoca e credo si noti da come i miei personaggi sembrino starci stretti nelle vignette :)
Per le chine uso molto pennello e per le cose tecniche o i ritocchi, il pennarello.
Quali metodi utilizzi per comporre gli ambienti, le abitazioni, gli abiti, le armi ecc. nei tuoi disegni? Fai qualche ricerca? Utilizzi foto o modelli?
Marco Santucci: Utilizzo moltissime foto di documentazione storica, foto di giornali per le pose e foto che faccio a me stesso, parenti ed amici a volte per i personaggi. Mi piace molto l'aspetto realistico del fumetto e usare foto è l'unico modo per ottenerlo, a mio parere. Ultimamente, sto usando anche la grafica 3D per aiutarmi a creare ambienti coerenti ma soprattutto per studiare in maniera più cinematografica le inquadrature.
Provi sempre piacere nel disegnare, dato che essendo il tuo lavoro sei obbligato a farlo?
Marco Santucci: Quasi sempre. Certo, disegnare roba che ti piace aiuta molto.
Oltre che disegnatore, tu sei anche sceneggiatore di un personaggio tuo, ovvero Termite Bianca. Come ti sei trovato nelle vesti di colui che dà delle indicazioni ad un altro disegnatore?
Marco Santucci: Benissimo. E' troppo più semplice dare delle indicazioni su come vuoi un'inquadratura piuttosto che disegnarla. Se poi l'autore che realizza i disegni è Patricio Evangelisti, è veramente una grossa soddisfazione! Comunque, scrivere una buona storia è sicuramente un altro paio di maniche, certo.
Quali fumetti leggi attualmente, ovvero con quali ti identifichi maggiormente?
Marco Santucci: Amo i comics americani. Ultimates è una delle migliori serie che io abbia letto negli ultimi anni! Peccato sia terminata la gestione Millar e Hitch.
Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali sono le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Marco Santucci: Beh, di solito romanzi, a parte alcune eccezioni. Ho letto quasi tutti i libri di King (la saga della Torre Nera è la mia preferita!), alcune cose di Asimov (eccezionale la saga della Fondazione!), due o tre libri di Stephen Hawking (incredibile la fisica quantistica spiegata da lui!) ed alcuni altri autori che ora non ricordo. Nel cinema, ho una cultura prevalentemente basata su film americani, non intendo solo action movies ma anche roba più pesante, tipo Babel, Crash o 21 grammi. Per il resto non resisto ai film di fantascienza o supereroistici, a parte alcune penose produzioni che ogni tanto escono. Per la musica, devo dire che non ho gran cultura, ascolto molto la radio, prevalentemente Radio Deejay, che mi tiene compagnia tutto il giorno. Magari mi piace ogni tanto ascoltare colonne sonore dei film, di cui John Williams è il mio compositore preferito. Apprezzo anche gli U2, Tori Amos, Green Day e così via...
Caro Marco Santucci, a nome del blog portoghese di Tex ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.
Marco Santucci: Grazie a voi! E vi attendo sul mio sito www.marcosantucciart.com
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14 de Maio de 2008
Intervista esclusiva: PASQUALE DEL VECCHIO
Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Enzo Pedroni e Mário João Marques per la formulazione delle domande e di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.
Caro Pasquale del Vecchio, per quelli che ancora non ti conoscono vuoi farci una piccola autopresentazione di te stesso e del cammino percorso nella tua carriera?
Pasquale Del Vecchio: Sono nato a Manfredonia, in Puglia, 43 anni fa. Mi sono trasferito a Milano per gli studi nel 1985 e da allora sono rimasto in questa città, dove ho avuto l’opportunità di cominciare a lavorare nel campo dei fumetti.
Quando ti sei reso conto di saper disegnare? E quando hai saputo che il tuo futuro era quello di essere un disegnatore professionista?
Pasquale Del Vecchio: Ho sempre disegnato, fin dalla più tenera età. I miei genitori ed i parenti elogiavano le mie doti di disegnatore, ma mi rendo conto che probabilmente nei loro giudizi non erano molto obiettivi. Comunque ho sempre avuto una passione smodata per il disegno. Ho cominciato molto presto a leggere fumetti d’avventura: Zagor, Tex e Tarzan tra i primi.
In generale, quali sono i tuoi disegnatori preferiti, anche extra Bonelli ovviamente.
Pasquale Del Vecchio: Sono tanti i disegnatori che mi hanno influenzato e che ho amato nel corso degli anni. Potrei fare una specie di excursus cronologico cominciando da Giovanni Ticci e Gino D’Antonio, che mi hanno trasmesso una grande passione per il West. Poi Joe Kubert, che apprezzavo tantissimo in Tarzan e nelle cui tavole sprizzava energia e movimento. Ivo Milazzo ed il suo Ken Parker, nel quale ha portato un modo nuovo di raccontare l’epopea western. José Munoz e il suo bianco-nero espressionista. Dino Battaglia e Sergio Toppi. Moebius-Jean Giraud, Andrea Pazienza e Vittorio Giardino.
Quali influenze hai avuto?
Pasquale Del Vecchio: Tutti gli autori sopra citati mi hanno in qualche modo influenzato. Da ognuno di questi ho imparato qualcosa. Forse però quello che ha lasciato più tracce nel mio modo di disegnare è Giardino, del quale ho sempre ammirato la pulizia e l’essenzialità del segno.
Che posto ha avuto il fumetto - soprattutto il "Bonelli" nella tua infanzia?
Pasquale Del Vecchio: Con “Bonelli” è cominciato il mio approccio al fumetto, in un rapporto che non si è mai interrotto: il primo fumetto che ho letto in assoluto è stato “Zagor”. Ho anche cercato più volte di costruirmi una scure simile alla sua, usando dei grossi sassi levigati dal mare, ma con mia grande frustrazione non ci sono mai riuscito! Dopo qualche anno mi sono appassionato a Tex, grazie a Ticci e alle sue storie ambientate nel grande nord. Poi è la volta di Mister No seguito da Ken Parker, per giungere a Dylan Dog.
Quando e come hai cominciato a pubblicare i tuoi primi lavori?
Pasquale Del Vecchio: Il mio primo lavoro l’ho pubblicato su una rivista chiamata “1984”, era una breve storia di 4 pagine fatta nell’estate subito dopo gli esami di maturità, in attesa di venire a Milano per fare l’università. Poi dopo qualche anno ho fatto un paio di storie per il “Giornalino”, sotto la supervisione di uno dei miei idoli: Gino D’Antonio.
Come sei entrato a far parte dello staff della Sergio Bonelli Editore? Qual è stato il tuo primo lavoro?
Pasquale Del Vecchio: Fu proprio D’Antonio a segnalarmi a Renato Queirolo per “Nick Raider” e le prime due storie che ho realizzato erano sceneggiate dallo stesso D’Antonio. In realtà però già da due anni prima stavo lavorando ad una serie che doveva essere pubblicata da Sergio Bonelli Editore, ma che era curata da uno staff esterno alla casa editrice. Di questa serie (Zona X) avevo già disegnato due episodi quando cominciai a lavorare su Nick Raider nel 1992.
Prima di approdare a Tex, hai disegnato Nick Raider e Napoleone; ti ha creato qualche difficoltà il passare, da scenari completamente diversi, alle praterie del West, oppure il passaggio è stato facile?
Pasquale Del Vecchio: All’inizio ho avuto qualche difficoltà a gestire i grandi spazi aperti che fanno da sfondo alle storie di Tex, dopo una serie di storie di ambiente prevalentemente metropolitano. Dopo un pò credo di aver trovato un miglior equilibrio e più padronanza con i nuovi scenari western.
Cos’ha portato ciascuna di queste serie a Del Vecchio?
Pasquale Del Vecchio: Nick Raider è stata un grande palestra: imparare a gestire le scene d’insieme, disegnare gli ambienti metropolitani, le macchine, caratterizzare i tanti personaggi che affollavano le storie del detective newyorkese. Con Napoleone ho avuto modo di confrontarmi con tante ambientazioni diverse e, soprattutto nelle numerose scene oniriche, ho avuto l’opportunità di sperimentare qualcosa di diverso dal punto di vista stilistico: uso di retini, linea chiara...
Come sei passato a lavorare su Tex Willer? Cos'hai provato quando hai ricevuto l'invito a far parte dello staff di "Tex"?
Pasquale Del Vecchio: Entrare a far parte dello staff di Tex mi ha fatto grande piacere e mi ha riempito di orgoglio: disegnare un personaggio che adoravo fin dalla più tenera età!
Hai già pubblicato una tua storia per Tex (in Italia, Tex 561-562; in Brasile, Tex 464-465). Come ti sei trovato con la sceneggiatura di Claudio Nizzi, per tratteggiare la figura di Tex ? Quali sono stati i tuoi punti di riferimento?
Pasquale Del Vecchio: Le sceneggiature di Nizzi sono molto essenziali e lasciano molta libertà al disegnatore, per cui il bilancio è assolutamente positivo. Il mio punto di riferimento è stato soprattutto Giovanni Ticci, ma anche Claudio Villa mi ha aiutato molto, in quanto ritengo che è il disegnatore che dopo Galleppini ha contribuito più di tutti a caratterizzare il volto di Tex.
Nonostante tu abbia disegnato varie avventure di Nick Raider (una serie creata da Claudio Nizzi) pensiamo che il tuo incontro con questo autore sia avvenuto solo con Tex con la recente avventura “Soldi sporchi”. Cos’ha rappresentato per te disegnare Tex, il miglior risultato editoriale della SBE ed uno dei nomi inarrivabili del fumetto?
Pasquale Del Vecchio: Ripeto: per me è stato un motivo di orgoglio ed una grande soddisfazione disegnare un personaggio che fa parte della storia del fumetto, un vero e proprio totem.
Come ti sei preparato per Tex e quali sono state le tue difficoltà maggiori?
Pasquale Del Vecchio: Prima e mentre disegnavo le prime pagine di Tex mi sono guardato una grande quantità di film western, dai classici di John Ford ai registi che negli anni Settanta e Ottanta hanno riletto questo genere. Ho guardato i dipinti di Frederic Remington e vari libri con foto d’epoca. La difficoltà principale all’inizio è stata gestire i cavalli e i loro complessi movimenti.
Cosa significava Tex per te? Nel frattempo è cambiato qualcosa nella tua percezione del personaggio?
Pasquale Del Vecchio: Tex negli anni, e con i nuovi sceneggiatori, è forse diventato un pò più introspettivo, ma forse è cambiato il panorama editoriale e con esso inevitabilmente di riflesso il personaggio. Oggi bisogna essere sempre politicamente corretti: un tempo forse il mondo del fumetto era un territorio un pò più “anarchico” e c’era forse più libertà d’espressione.
Cosa ti piace maggiormente in Tex? E cosa ti piace di meno?
Pasquale Del Vecchio: Di Tex mi è sempre piaciuto il suo atteggiamento “di pancia”, istintivo verso le situazioni e gli uomini che incontra: ho sempre amato questa sua spontaneità. Dopo un’occhiata lui sa già se chi ha di fronte è una brava persona o un farabutto. La cosa che mi piace meno sono gli stivaletti a mezzo polpaccio con i pantaloni infilati dentro!
A quanto ci risulta, stai disegnando una nuova storia di Tex: puoi anticiparci qualcosa sulla tua seconda storia di Tex, chi è lo sceneggiatore, quale è l'ambientazione ecc.?
Pasquale Del Vecchio: La nuova storia è sempre di Claudio Nizzi ed è ambientata nel Great Basin, tra gli indiani Cheyennes, che sono fra i miei preferiti.
Quali ambizioni avevi o hai all'interno della SBE, soprattutto in relazione a Tex?
Pasquale Del Vecchio: Non saprei rispondere a questa domanda: spero di fare bene il mio lavoro e di continuare a migliorare, di riuscire a raccontare quell’epopea e quel mondo della frontiera che mi ha sempre tanto affascinato.
Nelle tue tavole preferisci lasciare spazio solo alla tua fantasia, oppure utilizzi anche altro materiale di supporto come fotografie o altro?
Pasquale Del Vecchio: Ho sempre avuto l’abitudine di documentarmi molto, per meglio rendere gli ambienti e caratterizzare i personaggi. Questo però non esclude al contempo la creatività.
Come procedi nella creazione? Fai una pagina completa e dopo passi all’altra? E quali materiali utilizzi?
Pasquale Del Vecchio: In genere faccio una tavola a matita e poi la ripasso a china. Se la sequenza è particolarmente complessa, a volte capita che la disegno prima tutta a matita, per vedere se funziona e poi la inchiostro. Per il ripasso a china ultimamente utilizzo pennarelli indelebili graduati e pennello di martora (n. 3-5).
Mediamente, quante tavole al mese riesci a disegnare ? Hai una media costante oppure questa varia?
Pasquale Del Vecchio: Non ho una produzione costante al mese, ma credo di poter dire di essere abbastanza costante nella produzione nell’arco di un anno. Spesso dipende dalla complessità delle scene che si disegnano: alcune tavole richiedono più tempo di altre. Comunque riesco a fare circa un albo all’anno.
Nel 2007 abbiamo avuto in Portogallo un’anticipazione mondiale di quindici nuovi disegnatori di Tex, com’è per esempio il tuo caso. Come vedi questa entrata di tanti nuovi elementi nello staff di Tex? Questo potrebbe essere un nuovo corso nella vita della serie?
Pasquale Del Vecchio: Speriamo di si, e soprattutto speriamo che sia un corso positivo!
Sapevi che Tex è pubblicato in Brasile e che è un personaggio molto popolare anche in Portogallo?
Pasquale Del Vecchio: Si, perché più volte mi sono imbattuto nel vostro blog.
C’è stato un rinforzo anche a livello di sceneggiatori ultimamente. Pensi che fosse qualcosa d’inevitabile? E con tanti sceneggiatori non pensi si possa correre il rischio di vedere Tex snaturato?
Pasquale Del Vecchio: Il rischio potrebbe anche esserci, anche se c’è sempre un attento lavoro di redazione per cercare di evitare ciò. Comunque un personaggio che esce in edicola da 60 anni ha fisiologicamente bisogno di forze creative nuove. È il bello e il brutto della serialità: inevitabilmente dopo un certo numero di anni gli sceneggiatori devono alternarsi, le idee non sono inesauribili purtroppo.
Nel frattempo hai cominciato a lavorare per il mercato francofono, per il quale disegni Russel Chase, con soggetti di Richard Nolane. Cosa significa per te lavorare per questo mercato?
Pasquale Del Vecchio: È un’occasione che ho potuto cogliere e che, nei ritagli di tempo, cerco di portare avanti.
Quali sono per un disegnatore le differenze principali tra il mercato italiano e quello francese?
Pasquale Del Vecchio: La prima cosa che colpisce è che in Francia i media sono molto più interessati al fumetto rispetto all’Italia, anche se la qualità complessiva dei fumetti italiani non mi sembra affatto inferiore a quella dei nostri cugini transalpini, nonostante i loro albi escono in libreria e non in edicola come i nostri.
Riesci a conciliare bene il lavoro per i due mercati, essendo a conoscenza delle chiamate editoriali?
Pasquale Del Vecchio: È un pò difficile, perchè fare fumetti è un lavoro artigianale abbastanza lungo ed impegnativo. Comunque per il momento mi sembra di cavarmela abbastanza bene.
Da quale parte ti vengono le pressioni maggiori per rispettare i tempi di consegna?
Pasquale Del Vecchio: Da nessuno in particolare: finora sono riuscito a gestire il doppio impegno abbastanza bene.
Come analizzi l'evoluzione della tua carriera?
Pasquale Del Vecchio: Bella domanda a cui non saprei rispondere: sono troppo parte in causa ed ho troppo senso del pudore.
Dove continueremo a vedere Del Vecchio?
Pasquale Del Vecchio: Spero ancora a lungo su Tex, dove lavoro con grande soddisfazione, e ogni tanto su qualche albetto a colori in Francia.
Quali fumetti leggi attualmente ovvero con quali ti identifichi maggiormente?
Pasquale Del Vecchio: Mi piacciono nuovi autori che stanno usando il medium fumetto con risultati che hanno pari dignità artistica con la letteratura: David B., Satrapi, Blutch, Peeters...
Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali sono le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Pasquale Del Vecchio: Leggo molto. I miei autori preferiti sono, tra gli altri: Dostoevskj, Simenon, Celine, Philip Roth. Nel cinema adoro Fellini e Kubrick. Riguardo alla musica ascolto un pò di tutto, ma tra i preferiti metto Paolo Conte.
Caro Pasquale, a nome del blog portoghese di Tex ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.
Pasquale Del Vecchio: Grazie a voi dello spazio concessomi.
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06 de Fevereiro de 2008
Intervista esclusiva: GIANFRANCO MANFREDI
Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Mário João Marques per la formulazione delle domande e di Júlio Schneider (traduttore di Tex e Magico Vento per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.
Possiamo darci del tu? Vorremmo che facessi una piccola autopresentazione di te stesso e del cammino percorso nella tua carriera, per quelli che ancora non ti conoscono bene.
Gianfranco Manfredi: Sono laureato in Storia della Filosofia. Il primo libro che ho pubblicato, infatti, era un saggio su Jean Jacques Rousseau. Nello stesso periodo però avevo esordito come autore di canzoni e cantante. I due lavori non mi sembravano compatibili. Ho scelto quello che mi lasciva creativamente più libero e cioè il secondo. Il mio amore per la scrittura era però superiore a quello per la musica, che pure mi dava grandi soddisfazioni, così approfittai della buona fama e della stima che mi ero guadagnato come cantante/autore per introdurmi nell’ambiente del cinema come sceneggiatore, principalmente, ma anche come attore e qualche volta come compositore di musiche da film. In seguito, piuttosto deluso dal fatto che in Italia all’epoca si producevano quasi esclusivamente commedie, mentre io prediligevo un cinema più radicale nelle sue scelte (dal western all’horror), ho deciso di affrontare la scrittura in modo più ampio e compiuto e sono così approdato alla narrativa, con una serie di romanzi (che continuano) che esplorano, diciamo così, i confini di genere (dal gotico, al giallo, al romanzo storico). Nei fumetti ho esordito solo negli anni 90, anche se conoscevo da tempo l’ambiente ed ero stato fin da piccolo un gran divoratore di “striscie”.
Cosa è per te il fumetto? Sia come linguaggio che come esperienza professionale.
Gianfranco Manfredi: E’ un mix tra narrazione visiva (affine a quella del cinema) e narrazione letteraria. Non richiede, a differenza del cinema, una macchina produttiva complessa, e consente, a differenza della letteratura, di lavorare in gruppo, come una piccola bottega artigiana. Dal punto di vista professionale, mi ha dato molto: continuità di lavoro, contatto continuo con i lettori di generazioni diverse, e anche ricerca estetica, perchè sempre nei miei fumetti cerco di sperimentare nuovi modi di raccontare. Anche la mia prima esperienza di ricercatore mi è risultata fondamentale per scrivere fumetti, che nel mio caso sono sempre frutto di una documentazione molto attenta di luoghi, ambienti, circostanze storiche e tradizioni popolari.
Come sei arrivato a diventare scrittore di fumetti? E’ stata vocazione o il caso? E quali sono le tue influenze?
Gianfranco Manfredi: Il mio esordio è stato apparentemente casuale. Avevo sceneggiato per la televisione “Valentina” di Crepax e stavo cercando un altro fumetto da portare sul piccolo schermo. Un editore, Casarotti della Dardo, mi propose di scrivere direttamente io un fumetto, e accettai. Così nacque Gordon Link e tutto il resto venne di conseguenza. Però certo ci ero portato. Oggi è diventato il mio lavoro principale. Dunque non posso ritenerlo un caso. Influenze? Proprio non saprei. Io ho letto ogni genere di fumetto, ma ho sempre distinto tra quello che mi piaceva e quello che potevo fare io, con le mie qualità e i miei limiti. Questo me lo aveva insegnato la musica. Quando facevo il cantante invidiavo la voce di Joe Cocker, ma la mia era completamente diversa, non potevo certo usare la sua o presumere di poterla imitare. Dovevo crearmi un repertorio adatto a me.
Quando e come hai cominciato a pubblicare i tuoi primi lavori?
Gianfranco Manfredi: Alla Dardo, come ho detto. Ma se vogliamo essere precisi, già molti anni prima, quando (dalla metà dei 70) collaboravo con la rivista di controcultura Re Nudo, mi ero occupato di fumetti. Il riferimento principale allora erano per me i fumetti underground californiani, su tutti, quelli di Robert Crumb.
Come e quando sei entrato a far parte della Sergio Bonelli Editore e qual’è stato il tuo primo lavoro? E com’è stato che sei passato a lavorare su Tex Willer? Scelta personale o un’imposizione?
Gianfranco Manfredi: Quando l’editore di Gordon Link dovette chiudere le sue attività per certe difficoltà finanziarie, mi rivolsi a Bonelli, che mi invitò a collaborare a Dylan Dog e parallelamente a studiare un nuovo progetto, che poi fu Magico Vento. L’episodio di Tex La Pista degli Agguati, anche se venne pubblicato molto tempo dopo, lo scrissi prima di Magico Vento. Chiesi io di farlo per poter prendere confidenza con la scrittura di un western. Non ho mai avuto imposizioni da Sergio Bonelli. Mi ha sempre chiesto cosa preferivo fare e mi ha sempre lasciato tempo per pensarci. Ad esempio quando ho sceneggiato Nick Raider, propostomi da Decio Canzio, non ho detto subito di sì. Il personaggio non mi convinceva molto. Però a me il giallo, come genere, viene molto facile, perchè ho una certa dimestichezza con i plot, così quando ho accettato, posso dire di essermi divertito e mi sono anche trovato più libero nello scrivere le storie, di quanto non mi fossi sentito con Dylan Dog o con Tex, proprio perchè il personaggio era più debole, dunque c’era più spazio per approfondirlo.
Quali sono state le prime preoccupazioni che il personaggio di Tex ti ha suscitato? E come ti sei preparato per scrivere le storie di Tex? Lo conoscevi già profondamente?
Gianfranco Manfredi: Io sono nato nel 48, esattamente come Tex. Lo conoscevo benissimo. Compravo regolarmente tutti i numeri. Quando scrivo Tex non ho dubbi, nè incertezze. Per me è come pensare di stare sceneggiando un film per John Wayne. Si sa a memoria come recita John Wayne, che tipo di personaggio interpreta, che tipo di battute pronuncia. Si sa benissimo cosa fa e cosa non gli si può proprio far fare. I personaggi di Wayne non hanno una psicologia intricata, non si prestano a scene d’amore, possono avere dei dubbi e dei contrasti interiori perchè non sono affatto stupidi, ma risolvono i loro problemi sempre in azione, e non li esprimono a parole. Inoltre, cosa molto importante, occupano sempre il centro della scena. John Wayne poteva avere al suo fianco attori validissimi come Dean Martin o Robert Mitchum, ma non c’è dubbio che il protagonista assoluto era sempre e solo lui, al punto che il suo grande regista Hawks gli lasciava dirigere gli altri attori. Tex è così. Scrivendo si ha la sensazione che sia lui a fare la regia, tutto si muove intorno a lui e nel modo che impone lui. La storia procede in modo lineare, dal principio alla fine, senza intermezzi, deviazioni di percorso, flash back . Io qualche flash back ce lo metto lo stesso, nelle storie, non sempre, dipende dalle storie, ma non saprei rinunciarci per principio, perchè troppa linearità in fumetto rischia a volte di diventare prevedibile e anche un po’ noiosa. Però so limitarmi, perchè le avventure di Tex devono sempre avvenire nel momento, non possono avere troppe parentesi che riportino al passato o in scenari diversi da quelli in cui si svolge l’avventura. L’azione , secondo me, non deve avere pause. Possono solo esserci degli intermezzi , ma questi devono essere gustosi, come momenti di rilassamento della tensione che ci fanno capire, al di là della durezza, la simpatia di Tex, la sua umanità un po’ burbera, ma anche sincera, gioviale e ottimista, proprio come nei film di John Wayne.
Come mai la tua storia di Tex (La pista degli agguati) è rimasta nel cassetto diversi anni senza essere data alle stampe, nonostante fosse terminata?
Gianfranco Manfredi: Questo bisognerebbe chiederlo all’editore. Ma già in passato era successo (con Oklahoma di Berardi) che certi episodi fossero stati dirottati nelle collane. C’è sempre un certo e comprensibile timore di sconcertare il lettore con episodi scritti, pur nel rispetto del personaggio, da qualcuno che ha una certa personalità come autore. Si teme che il personaggio possa prendere una strada troppo nuova, e di non poter poi chiedere modifiche a un autore che sa quel che fa e che difficilmente si piega a cambiare il proprio stile. Io mi ritengo piuttosto duttile, perchè mi ci ha abituato il cinema, dove uno sceneggiatore deve accontentare un sacco di gente, il regista, il produttore, gli attori... in fondo con Tex bisogna accontentare solo Bonelli e questo è già un bel progresso. La sua prudenza è frutto della sua esperienza come editore, dunque va accettata.
Abbiamo avuto il piacere di vedere in Portogallo le prime pagine di una tua storia di Tex disegnata da Civitelli. C’è qualcun altro che sta disegnando tue storie? Puoi darci qualche anteprima?
Gianfranco Manfredi: Oltre alla storia che sto scrivendo per Civitelli, ne sto scrivendo un’altra per Gomez (destinata a un Gigante). No, non voglio anticipare. Posso solo dire che c’è molta azione in queste storie e scene piuttosto spettacolari.
Come ti definiresti in qualità di autore di Tex? Secondo te hai delle attinenze con qualche altro suo autore?
Gianfranco Manfredi: Il mio riferimento principale è sempre il Tex originale, quello di Bonelli padre. Non è questione di attinenze. Il suo stile nei dialoghi è inimitabile, si può citarlo, ma gli si farebbe torto riproducendolo come una specie di “marchio di fabbrica”, perchè rischierebbe di diventare piatto. Nelle scansioni della storia, G.L. Bonelli era rapido e usava molti stacchi tipicamente cinematografici. Questo mi rende il compito più facile. Io faccio molta fatica a sceneggiare pagine dove non succede niente o scene tirate troppo per le lunghe.
Possiamo contare con Manfredi impegnato a far parte dello staff del ranger, anche se Magico Vento rimane una tua priorità?
Gianfranco Manfredi: Come ho detto, non prendo mai decisioni impegnative senza pensarci parecchio. So che a volte mi scatta un’idea (per esempio la serie Volto Nascosto, oppure un mio nuovo romanzo) e poi soffro se gli impegni assunti in precedenza mi impediscono di lavorarci. Dunque devo stare molto attento a lasciarmi sempre un poco di spazio libero, anche perchè negli ultimi tempi l’ho fatto troppo poco, col risultato di lavorare a ritmi quasi insostenibili. Non voglio mai trovarmi a dover consegnare una storia tirata via, non l’ho mai fatto finora e non voglio cominciare adesso.
Cosa significa per te scrivere storie per una leggenda dei fumetti com’è Tex, che sta per compiere ben 60 anni di vita editoriale?
Gianfranco Manfredi: E’ una soddisfazione e, come ho detto, anche un bel divertimento. Ciò non toglie che secondo me in questi anni, i lettori purtroppo sono meno curiosi e tendono ad affidarsi a personaggi già conosciuti, piuttosto che a delle novità assolute. Questo per un autore non è bello. Un autore resta tale finchè sa proporre qualcosa di nuovo. Ci avete fatto caso che le commedie di Woody Allen non facevano più ridere? I suoi recenti thriller sono molto più interessanti. Chi non cambia è perduto. E’ certo molto importante collaborare a mantenere vivo un marchio storico che ha ancora molti valori espressivi, però il primo dovere di una persona creativa dovrebbe restare quello di stimolare il pubblico con proposte che nascono oggi e per l’oggi, casomai con un pensierino per le generazioni future, piuttosto che per quelle passate. Gli eroi del west, del resto, cavalcano verso l’orizzonte, possono anche partire da casa, ma non ci tornano mai. Molti non ce l’hanno neppure, una casa. E i miei amati indiani erano eternamente nomadi, piazzavano le loro tende, le smontavano e ripartivano.
Che cammino ipotizzi per Tex? Esiste qualche costrizione editoriale o hai libertà per innovare qualcosa?
Gianfranco Manfredi: I rinnovamenti non si possono fare per il puro gusto di cambiare, questo è un atteggiamento infantile e poco professionale.Certi cambiamenti ci sono lo stesso anche quando si cerca di restare nel solco della tradizione. Se un fumetto resta uguale a se stesso mentre intorno tutto cambia, quel fumetto viene comunque percepito in modo diverso. Dunque la scelta non è mai tra cambiare o lasciare le cose come stanno. Perchè le cose non stanno mai nello stesso modo. Cambiano da sole. Il punto è quale direzione prendere. Ci sono cambiamenti che migliorano e in genere sono quelli all’altezza dei tempi, e ci sono cambiamenti che peggiorano perchè tradiscono le attese. Le resistenze editoriali sono dopotutto poca cosa rispetto a quelle del pubblico. Il nostro vero giudice, di tutti (dello scrittore, del disegnatore e dell’editore) è il pubblico. Più il pubblico chiede novità e le sostiene, e più ne avrà. Meno ne chiede e meno gliene saranno date. Le scelte, nel campo della cultura di massa, sono sempre del pubblico. Un autore che non lo tenga presente, in genere è un velleitario. Si considera magari un “artista” però non riesce a trovarsi mai in sintonia con il pubblico. E allora c’è da chiederselo: che artista è se non sa interpretare (certo anche criticamente) gli umori diffusi e lo spirito del suo tempo?
Ti piacerebbe scrivere una storia su Tex in special modo per qualche disegnatore? Perchè?
Gianfranco Manfredi: Ho sempre sognato di poter scrivere una storia per Ticci, che con il suo stile ha davvero rinnovato Tex e senza bisogno di proclamarlo. E’ dinamico, ancora modernissimo, in lui il realismo non va mai a spese del grafismo.
Sai sempre a quale disegnatore verrà data la storia iniziata, adattandola eventualmente alle sue caratteristiche, o questo fattore è indifferente?
Gianfranco Manfredi: In genere lo so. Preferisco saperlo, anche se non sempre è possibile. Trovo stupido scrivere una storia di grandi cavalcate, se il disegnatore non si trova a suo agio a disegnare i cavalli. Studierò una storia di gente che va a piedi o in barca. Perchè costringerlo a fare una cosa per cui non è portato? Verrebbe male.

Quali differenze trovi tra Tex e Magico Vento?
Gianfranco Manfredi: Come personaggi e come strutture narrative sono uno il contrario dell’altro. Dovevo per forza differenziarmi, altrimenti tutti si sarebbero giustamente chiesti: che bisogno c’è di Magico Vento, visto che c’è già Tex? Invece ritengo, in tutta umiltà, che di Magico Vento ci fosse un gran bisogno. Qualche cambiamento positivo lo ha portato (in generale, nel panorama fumettistico, non solo e non tanto nei confronti di Tex), ben al di là di quanto io stesso potessi prevedere e sperare. Sapevo fin dal principio che sarebbe stata una serie difficile, se non altro per il fatto che il genere western non è più così popolare, da decenni, tra i giovani. Ma non mi va di confrontare Magico Vento a Tex, perchè appunto sono cose diverse. E poi Tex è un personaggio gigantesco. Nessun attore (ripeto) si può paragonare a John Wayne. Io, generazionalmente, preferivo, che so... Al Pacino. Però Al Pacino è soltanto un grande attore, mentre John Wayne è un mito. La differenza è profonda e non sta nella bravura in sè, ma nel rapporto che si è stabilito tra personaggio e pubblico.
Tex rappresenta il western, un western puro e duro ma in cui esiste un coacervo di valori come l’amicizia, l’onore, la giustizia, la lotta per gli ideali. Come hai approcciato tutto questo?
Gianfranco Manfredi: Sì, va bene. C’è questo e c’è altro. C’è anche l’idea “Io sono la Legge”,che è insieme un’idea liberale e anarchica, ma può però diventare pericolosamente autoritaria.
Cerco di lavorare tenendo sempre presente che anche l’ideale più puro contiene delle contraddizioni. In un capolavoro come Sentieri Selvaggi, John Ford e John Wayne, le contraddizioni non ce le risparmiano!
Come vede Manfredi l’ovest di Magico Vento con quello più puro, forse più realista, di Tex?
Gianfranco Manfredi: Secondo me, Magico Vento è un fumetto molto più realistico di Tex: tutto è storicamente documentato, e anche le leggende non sono inventate, fanno parte della cultura nei nativi americani. Magico Vento non incontrerà mai i vikinghi o i soldati della Legione straniera nel west o addirittura i marziani, come invece è accaduto a Tex. Una volta ho cominciato a scrivere una storia in cui Magico Vento combatteva contro una razza extraterrestre di cacciatori tipo Predator. Maurizio Milano ne disegnò qualche tavola di prova. Mi sono reso subito conto che non funzionava (non per i disegni, proprio per la storia) e l’ho cambiata completamente, escludendo complicazioni extraterrestri. Queste cose non c’entrano niente con MagicoVento. Possono risultare divertenti con Tex o con Zagor, ma in Magico Vento io racconto visioni, incubi e ossessioni degli uomini della frontiera, non posso sconfinare sul terreno del Fantasy, dove tutto è consentito, devo mantenere un orizzonte storico e culturale molto preciso.
Quali le maggiori difficoltà che hai incontrato a saltare da uno stile all’altro senza peraltro abbandonare il terreno del western in cui alla fin fine si muovono i due eroi?
Gianfranco Manfredi: Gli stili vanno alternati per forza, altrimenti si sprofonda nella routine. Uno scrittore oggi deve saper usare stili diversi a seconda del tipo di storia. Dal punto di vista stilistico, anche se ci sono delle preferenze e delle caratteristiche che mi contraddistinguono, io ho cambiato sempre, nei miei romanzi. Non si possono raccontare cose diverse nello stesso modo. Un noir, tanto per fare un esempio, richiede tempi più stretti e dinamici e uno stile più nervoso ed essenziale di un romanzo storico.
Per potere svolgere bene un tema, ti è mai capitato di desiderare di scrivere soggetti più particolareggiati, o non t’importa di scrivere un minor numero di pagine?
Gianfranco Manfredi: Quando ritengo utile scrivere un soggetto, preferisco scriverlo ampio, in modo che sia una vera pre-sceneggiatura. Il che non mi impedisce comunque di cambiarlo anche radicalmente in sede di sceneggiatura vera e propria. Prima di scrivere il mio nuovo fumetto Volto Nascosto, ad esempio, ho scritto un soggetto molto particolareggiato di tutta la storia, dal principio alla fine, e questo mi ha consentito poi di realizzare i quattordici episodi della serie molto più rapidamente. Con Magico Vento invece, ormai conosco talmente bene il personaggio e il suo percorso, che preferisco mettermi a scrivere subito, come se invece che al computer, fossi seduto al pianoforte e mi mettessi a suonare liberamente senza spartito. Poi certo, torno spesso indietro, correggo, cambio. Non mi accontento dell’improvvisazione, che a volte è ingannevole. Quello che lì per lì ti sembra efficace, poi a mente fredda può risultarti invece troppo occasionale. Una composizione è una composizione, deve avere degli equilibri interni, a volte è anche necessario sacrificare delle parti che in sè sono belle, ma nell’insieme stonano.
Qual’è la tua tecnica per svolgere una sceneggiatura con un numero esatto di pagine?
Gianfranco Manfredi: In genere scrivo soggetti di otto pagine, in modo che ciascuna corrisponda a dieci pagine di sceneggiatura, lasciandomi uno spazio extra per raccontare in modo più comodo e meno contratto. Se in sede di soggetto mi lascio prendere la mano e alla fine diventa un trattamento di venti pagine, allora devo calcolare che ogni pagina di trattamento non può svilupparne più di quattro di sceneggiatura, altrimenti conviene scrivere la storia in due episodi. Però come ho detto, il più delle volte comincio a scrivere e trovo i giusti equilibri in corsa, magari sacrificando degli sviluppi che avevo in mente, ma che non ho spazio per sviluppare bene.
Qual’è la parte più importante di una storia ? L’inizio, la fine, i dialoghi...
Gianfranco Manfredi: Una storia a fumetti è importante in ogni singola pagina. Si può tollerare una vignetta poco riuscita, ma una pagina mal riuscita è un calo di tensione, e se questo tipo di pagine diventano troppe, va a finire che il lettore le salta e passa a quelle efficaci. Un buon inizio avvince, ma deve condurre a uno sviluppo appassionante e a un finale all’altezza, altrimenti diventa come certi rapporti d’amore che all’inizio sono pieni di promesse, ma poi franano nella delusione più totale. Più l’inizio è avvincente e più quel che segue deve andare di conseguenza e sicuramente mai in calando. A volte è preferibile un inizio prudente che conduca ad un finale scoppiettante. I finali sono sempre la cosa più difficile. Spesso uno scrittore ci arriva stanco. E’ utile prendersi una pausa prima di affrontare le ultime trenta pagine. Perchè quelle devono davvero sorprendere. Non sempre ci si riesce, purtroppo.
Quanto tempo impieghi per scrivere una storia? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ricerca di nuovi argomenti, vita familiare?
Gianfranco Manfredi: La più sacrificata è la vita famigliare, anche se ho la fortuna di avere una famiglia felice. Mi alzo, rispondo alla corrispondenza e a interviste come questa, leggo il giornale, pranzo, e poi mi metto al lavoro, tutti i giorni, inclusi quelli festivi, fino all’ora di cena. Dopo cena, qualche chiacchiera in famiglia, qualche telefonata (breve) e poi... devo confessarlo, vedo una media di tre film per sera, tra quelli che passano in televisione e quelli in Dvd. Se il film mi annoia (ultimamente mi accade spesso, forse perchè ormai ne ho visti troppi) prendo appunti per le pagine che devo scrivere il giorno dopo. Vado a dormire verso le due di notte. E poi si ricomincia. Non è molto animata, la vita di uno scrittore. Per leggere, in genere sfrutto i viaggi in treno o in aereo. Non guido l’automobile e dunque quello è tutto tempo guadagnato alla lettura. A volte mi prendo un po’ di tempo per godermi i normali e giusti piaceri della vita, ma non riesco a reggere più di dieci giorni senza scrivere. Per me è un bisogno insopprimibile.
Nel 2007 abbiamo avuto in Portogallo un’anticipazione mondiale di quindici nuovi disegnatori di Tex. Come vedi questa entrata di tanti nuovi elementi nello staff di Tex? Questo potrebbe essere un nuovo corso nella vita della serie?
Gianfranco Manfredi: Non lo so. Se devo essere sincero, non ci capisco niente. Può darsi che si voglia sperimentare per poi fare in seguito delle scelte più definite, oppure che ci sia bisogno di sostituire i disegnatori più anziani, oppure che i nuovi disegnatori, più lenti nei tempi, non riescano a finire storie lunghe come quelle di Tex in tempi sicuri e dunque si voglia disporre di alternative. Ma queste sono ipotesi.
C’è stato un rinforzo anche a livello di sceneggiatori ultimamente com’è per esempio il tuo caso. Pensi che fosse qualcosa d‘inevitabile? E con tanti sceneggiatori non pensi si possa correre il rischio di vedere Tex snaturato?
Gianfranco Manfredi: Anche qui ci capisco poco. Io di queste cose non mi occupo. Non rientrano nella mia competenza. E non invidio certo Sergio Bonelli che oltre che di Tex deve farsi carico di vigilare su tutte le altre testate. Se dovessi leggermi tutti i fumetti che Bonelli pubblica, non dico che mi suiciderei, perchè non ho mai avuto tendenze di questo tipo, però certo mi troverei al più presto un altro lavoro.
Solamente alla SBE hai già lavorato con Dylan Dog, Nick Raider, Tex e ovviamente con le tue “creature” Magico Vento e Volto Nascosto: quale di questi personaggi ti ha dato maggior piacere nello scrivere e qual’è il segreto per scrivere storie di personaggi (e tematiche) tanto differenti?
Gianfranco Manfredi: Il segreto? Sarà che io mi diverto a scrivere. Certo ci sono fumetti che non scriverei mai, per esempio Diabolik (mi piace il personaggio, ma non il format) e alcune proposte anche di notevole livello che mi offrivano di riprendere personaggi gloriosi, magari di autori ahimè scomparsi, le ho rifiutate a costo di sembrare snob. Non sono affatto snob, ma so cosa mi va di scrivere e cosa no. Per esempio mi piacerebbe scrivere delle storie d’amore. Non l’ho mai fatto, ma l’esperimento mi attrae. Un pochino ho cercato di farlo in Volto Nascosto, e può darsi che in futuro lo faccia in un romanzo. Difficile poterlo fare fino in fondo in fumetto perchè nè Bonelli nè altri editori in Italia sembrano attualmente interessati ad altro che a fumetti d’avventura oppure umoristici. Non scriverei certo dei polpettoni sentimentali, credo che l’amore lo si possa raccontare in altro modo, però... torno al tema della domanda. Per scrivere cose diverse, bisogna anzitutto leggere cose diverse, ampliare il raggio dei propri interessi, guardarsi intorno e imparare ad apprezzare le persone per quello che sono e non per quello che vorremmo che fossero, e bisogna sognare molto, sapersi immaginare quello che non esiste, ma che potrebbe esistere. In sintesi bisogna essere prima curiosi e poi creativi.
Magico Vento ha superato la barriera storica dei 100 numeri. Cosa possiamo sperare dalla serie ancora nel futuro? Hai già immaginato come potrebbe essere l’episodio finale?
Gianfranco Manfredi: Magico Vento non prevede finale. Alcuni dei finali previsti, i lettori potranno vederli quest’anno e l’anno prossimo, quando certi filoni della serie verranno portati a conclusione. Ma il finale definitivo non c’è. E’ sempre così, per i seriali. Per quanti sforzi si facciano, non si riesce mai a completarli davvero. Il più delle volte finiscono di colpo, perchè il pubblico si stanca, e restano incompiuti. Altre volte finiscono, anche in modo ben studiato, ma ricominciano anni dopo, nelle mani di altri autori o di altre editori. Un personaggio seriale ha una vita tutta sua e indipendente dalla volontà dell’autore. Conan Doyle ha cercato più volte di far morire Sherlock Holmes, ma è sempre resuscitato e se non lo resuscitava lui, lo resuscitava qualcun altro. Invece Mandrake, che pure è stato un grande personaggio, è proprio morto, non in una storia, è morto perchè non lo si è più pubblicato e nessuno lo ha ripescato. Perchè? Mistero. Secondo me, si è fatto sparire da solo. Puff!
Puoi dirci a che punto è l’edizione speciale di Magico Vento? Come sarà questa edizione e chi la sta disegnando? Sai già la data approssimativa di uscita?
Gianfranco Manfredi: No, guarda, rinuncio a parlarne. Tutte le volte che l’ho fatto, è successo qualcosa: o non si trovava il disegnatore giusto per la storia, o non avevo tempo per finire di scriverla, o non si sapeva bene quando programmarla, perchè i nostri sforzi erano concentrati su questioni più urgenti. A furia di annunci e di smentite, i lettori lo aspettano come se fosse chissà quale meraviglia e temo che anche se dovesse risultare bello, molti ne resterebbero delusi. Forse è meglio che i lettori se lo dimentichino, così quando uscirà, sarà una sorpresa.
Com’è nata l’idea di creare Volto Nascosto? Cosa puoi dirci di questa miniserie, ancora sconosciuta ai lettori portoghesi e brasiliani?
Gianfranco Manfredi: Sarebbe troppo lungo parlarne a fondo. Mi limito a dire che è un vero romanzo a puntate, in quattordici episodi, ambientato alla fine dell’ottocento nel contesto della prima guerra coloniale italiana contro l’Etiopia.
Oltre al fumetto scrivi romanzi e lavori per il cinema, il teatro e la musica. Cosa puoi dirci su quest’altra tua attività che forse è sconosciuta alla maggioranza dei tuoi lettori? E come riesci a trovare il tempo di dividerti fra tante attività?
Gianfranco Manfredi: Non mi divido più ormai, perchè i fumetti assorbiscono quasi tutto il mio tempo. L’unica cosa cui non potrei rinunciare sono i miei romanzi. Dalla musica mi sono parecchio allontanato. Di film in Italia se ne producono pochi e quelli che si producono non mi interessano molto. Ce ne sono anche di belli, per carità, però la fatica per portare a termine un film di qualche valore espressivo, oggi in Italia è veramente improba. Sono abituato a lavorare duramente, ma non sono disposto a faticare come un mulo per cose che poi non vengono realizzate, o vengono realizzate male, o cinque anni dopo che uno le ha pensate, oppure che non trovano spazio nei cinema perchè la distribuzione è in mano agli americani. Non si può scri